Aggiustare il Mondo
Il primo giorno di lavoro a San Francisco gli hanno preso il portatile. Condé Nast aveva appena comprato Reddit, i fondatori si erano trasferiti negli uffici di Wired, e l’ufficio IT ha ritirato le macchine del gruppo per copiarne i dischi «così da avere una copia di tutti i nostri dati». Al loro posto sono arrivati iBook G4 con sfondo Condé Nast, screensaver aziendale e software di sorveglianza preinstallato: «quando ci hanno dato le macchine non avevamo nemmeno i privilegi di amministratore». La connessione passava dalla sede informatica del Delaware, «presumibilmente per spiarci meglio». Lo ha scritto Aaron Swartz sul suo blog, due settimane dopo. Quel primo giorno, all’ora di pranzo, si era chiuso in un bagno a piangere.
Aveva vent’anni. Ha lasciato l’azienda a gennaio 2007, due mesi e mezzo dopo.
In quel primo giorno c’è già tutto il resto: un computer che non puoi modificare e una rete che ti osserva senza che tu possa ispezionarla. Sei anni dopo sarebbe morto con tredici capi d’imputazione federali per aver scaricato articoli accademici.
L’adolescenza tecnica#
A quattordici anni Swartz è tra gli autori della specifica RSS 1.0. A quindici lavora all’infrastruttura tecnica di Creative Commons con Lawrence Lessig; nello stesso giro incontra Tim Berners-Lee e il lavoro del W3C sui metadati. Sono anni in cui la parte interessante della rete passa ancora dalle mailing list, e lui ci sta dentro da pari, con persone che hanno vent’anni più di lui.
Si iscrive a Stanford e l’abbandona dopo un anno per il primo gruppo di startup finanziato da Y Combinator, con un progetto chiamato Infogami che finisce fuso dentro Reddit. Poi l’acquisizione, l’ufficio, il bagno.
Quello che segue non assomiglia a una carriera. Open Library all’Internet Archive, un catalogo aperto con una pagina per ogni libro mai pubblicato. Watchdog.net sui dati dei parlamentari. Demand Progress, che nel 2011 organizza la campagna contro SOPA e la vince nel gennaio successivo. In mezzo, nel 2008, scarica circa 2,7 milioni di documenti giudiziari federali da PACER approfittando di un accesso gratuito sperimentale attivo in alcune biblioteche: atti pubblici che il sistema faceva pagare otto centesimi a pagina. L’FBI apre un fascicolo e lo chiude senza incriminarlo.
Lo scarto rispetto ai cypherpunk#
Swartz condivide con il movimento cypherpunk la diffidenza verso le autorità centrali e la convinzione che il codice sia una forma di azione politica. Il bersaglio però è diverso.
I cypherpunk proteggono sottraendo: la crittografia serve a rendere una comunicazione illeggibile a chi non deve leggerla, e la privacy è il potere di rivelarsi in modo selettivo. Swartz protegge esponendo. Il suo problema è che non si possa leggere quello che altri hanno scritto: ricerca finanziata con denaro pubblico e sentenze di tribunali pubblici, chiuse dietro un pagamento.
Cambia anche il rapporto con la legge. Malcolm Harris, che lo conosceva, la mette così: pubblicare informazioni pubbliche
era una sorta di hacking dove, però, la legge non era qualcosa da eludere, bensì un altro sistema con vulnerabilità e scappatoie da individuare.
«Aggiustare il mondo», per lui, significava accesso, non anonimato.
JSTOR, il MIT, tredici capi d’imputazione#
Tra settembre 2010 e gennaio 2011 Swartz collega a un router, dentro un armadio di rete del MIT, un portatile che tiene coperto con uno scatolone, e lancia uno script che scarica in massa articoli da JSTOR. Circa 4,3 milioni di documenti nell’ultimo episodio, oltre ai 450.000 dei due precedenti: il traffico costringe JSTOR a bloccare per tre giorni l’accesso di tutto il MIT. Lo arrestano il 6 gennaio 2011 la polizia dell’ateneo e un agente dei servizi segreti, arrivato al seguito del detective chiamato per competenza informatica.
Il 3 giugno 2011 Swartz chiude una transazione civile con JSTOR: certifica di non aver conservato copie, consegna l’unico disco, paga 26.500 dollari. JSTOR dice ai procuratori che non chiede l’azione penale e che preferirebbe evitarla. La procura federale va avanti lo stesso. Il 14 luglio 2011 l’atto d’accusa conta quattro capi: uno di frode telematica, tre di violazione del Computer Fraud and Abuse Act. Il comunicato della procura annuncia fino a 35 anni di carcere. Il 12 settembre 2012 un atto suppletivo ne conta tredici, gli stessi quattro spezzati in più contestazioni, senza fatti nuovi. Sulla carta il massimo sale a 95 anni.
Sono cifre di carta: la commissione d’inchiesta del MIT stimerà una pena realistica intorno ai sette anni in caso di condanna al processo. Le offerte di patteggiamento, che le parti raccontano in modo diverso, vanno da tre a tredici mesi. Le trattative si bloccano su un punto solo: la procura non concede mai la garanzia di evitare il carcere, né accetta di derubricare l’accusa da felony a misdemeanor. Quando l’avvocato difensore avvisa il procuratore che Swartz è a rischio suicidio, si sente rispondere che l’ufficio può farlo rinchiudere.
Swartz rifiuta e punta al processo. Si uccide nel suo appartamento di Brooklyn l'11 gennaio 2013, a ventisei anni.
Il MIT, in quei due anni, sceglie di restare neutrale: nessuna dichiarazione pubblica, nonostante glielo chiedano la famiglia, i legali e due docenti. La commissione che indaga sull’ateneo accerta che il MIT non aveva chiesto l’azione penale e che fino all’arresto non sapeva chi fosse. Annota però che i suoi dirigenti non hanno guardato i capi d’imputazione fino a un anno dopo l’incriminazione, e liquida la neutralità così: «la neutralità nelle risposte non coincideva con la neutralità negli esiti, e il MIT non fu neutrale negli esiti».
Non ha mai detto cosa volesse farne, di quegli articoli. Nel dicembre 2015 Harris rilegge per il New Republic tutto quello che Swartz aveva scritto e arriva a questa ricostruzione:
I procuratori hanno sostenuto che Aaron scaricava file di documenti e articoli accademici per renderli pubblici: una tattica sostenuta nel Guerrilla Open Access Manifesto, un pezzo entusiasmante che però non è attribuito con certezza al solo Aaron […]. In base a ciò che so di Aaron, non credo che questa fosse la sua intenzione. Sospetto che avesse intenzione di pubblicare solo il lavoro di dominio pubblico che veniva impropriamente tenuto dietro un paywall. Non credo che avesse intenzione di infrangere la legge, ma di aggirarla. Credo che ritenesse che questo fosse importante.
È un’ipotesi, e Harris la dichiara come tale. E aggiunge:
Molti giuristi ed esperti di tecnologia ritenevano che Aaron fosse rimasto dalla parte giusta della lettera della legge, ma il sistema penale è refrattario al tipo di hacking che era solito praticare.
La cosa non è mai arrivata davanti a un giudice.
Il manifesto#
Il Guerrilla Open Access Manifesto porta la firma di Swartz, luglio 2008, Eremo, Italia, scritto durante un incontro sul futuro delle biblioteche. Due pagine.
Ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.
La procura lo ha usato come prova dell’intenzione: da quel momento stabilire chi l’avesse scritto è diventato un problema legale. L’editore della raccolta degli scritti di Swartz ipotizza più autori, e Harris trova l’ipotesi plausibile. Quanto di quel manifesto abbia scritto lui, e quanto ne condividesse ancora tre anni dopo, resta indeterminato.
Il testo dice una cosa che l’imputazione non poteva contenere: che l’accesso si prende, invece di negoziarlo con gli editori.
Quello che resta aperto#
La distinzione tra nascondere e rendere visibile regge fino a un certo punto, e a romperla è Swartz stesso. Nel 2012 scrive, insieme a Kevin Poulsen, DeadDrop: il sistema di caselle anonime per whistleblower diventato poi SecureDrop e adottato da decine di redazioni. Quel software fa quello che fanno i cypherpunk: protegge una persona nascondendola. Le due cose stanno insieme perché il bersaglio è lo stesso: chi decide chi può sapere cosa.
Harris chiude con un controfattuale: si chiede se Swartz avesse mai pensato di lasciare il paese, ne dubita, e aggiunge che «se fosse sopravvissuto per vedere Edward Snowden e la sua fuga dall’estradizione, le cose sarebbero state diverse». Cinque mesi dopo la morte di Swartz, Snowden era a Mosca.
Sul resto, il bilancio è meno pulito di come lo si racconta di solito. JSTOR ha aperto al pubblico la parte più antica del suo catalogo, quella fuori copyright, nel settembre 2011. Il Congresso non ha mai approvato la riforma del Computer Fraud and Abuse Act intitolata a Swartz, presentata nel 2013 e ripresentata nel 2015; a restringere l’interpretazione della norma ci ha pensato la Corte Suprema nel 2021, con Van Buren v. United States, dieci anni dopo l’armadio di rete del MIT, e proprio sulla clausola dell’«accesso oltre l’autorizzazione», quella che l’atto suppletivo contro Swartz aveva già lasciato cadere. Il programma del manifesto, scaricare tutto e ridistribuirlo, l’ha eseguito qualcun altro: Sci-Hub, che Alexandra Elbakyan ha fondato nello stesso anno dell’arresto di Swartz, fuori dalla legge di qualunque paese lo ospiti.
Il paywall sulla ricerca pagata con soldi pubblici è ancora lì. Alla domanda che Swartz poneva hanno risposto con un’incriminazione, e quella resta l’unica risposta che ha ricevuto.
Fonti#
- Aaron Swartz, Office Space, Raw Thought
- Guerrilla Open Access Manifesto, traduzione italiana su questo sito
- Malcolm Harris, Reading Everything Aaron Swartz Wrote, The New Republic, 29 dicembre 2015
- Giovanni Ziccardi, «Aggiustare il mondo»: la biografia di Aaron Swartz, Valigia Blu, 8 novembre 2022: da cui provengono le traduzioni italiane dei passaggi di Harris citati qui
- Giovanni Ziccardi, Aggiustare il mondo. La vita, il processo e l’eredità dell’hacker Aaron Swartz, Milano University Press, 2022 (open access)
- Abelson, Diamond, Grosso, Report to the President: MIT and the Prosecution of Aaron Swartz, 26 luglio 2013: da cui provengono tutti i fatti processuali riportati qui
- The Internet’s Own Boy: The Story of Aaron Swartz, Brian Knappenberger, 2014